
Diventare madre porta la donna a paragonarsi dal punto di vista emotivo alla propria madre. Ne consegue che è un’esperienza strettamente legata alla sua storia infantile ed adolescenziale. Con la maternità si passa dal ruolo esclusivo di figlia a quello di madre e figlia. Tale passaggio può essere vissuto in svariati modi in base alle esperienze passate. La mente inevitabilmente ripercorre l’unica esperienza di maternità vissuta, ossia quella con la propria madre rievocando con essa emozioni, vissuti, timori e paure. Se, ad esempio, il rapporto con la figura materna è stato conflittuale e caratterizzato da emozioni negative, la donna tenderà a volersi differenziare “non sarò mai come lei” oppure a esperire timori di inadeguatezza. Tali vissuti, se non elaborati, potrebbero portare la gestante a vivere una crisi scatenata dalla gravidanza che potrebbe sfociare in un vero e proprio disturbo emotivo. Molte ricerche hanno rilevato, infatti, che un alto grado di stress emotivo e disturbi di ansia possono fungere da fattori di rischio per l’insorgenza della depressione post-partum. Durante la gravidanza hanno luogo molteplici cambiamenti, alcuni visibili ad occhio nudo ed altri meno tangibili, ma spesso rilevabili negli occhi di chi li vive. Tra i più evidenti ci sono sicuramente le trasformazioni corporee, che possono essere vissute con emozioni contrastanti. Se da un lato si teme di perdere il controllo su di un processo che segue il proprio corso senza poter fare nulla, dall’altra è proprio attraverso questi mutamenti che si attesta la presenza della vita che cresce nel grembo materno. Ciò che avviene nel corpo ha una sua controparte nella mente. La donna ha la tendenza a ripiegarsi su di sé e a ritirarsi in una sorta di fusione mentale con il feto. Mentre il corpo della futura mamma cambia per accogliere e contenere il bambino, la mente inizia a fantasticare sul bambino, su se stessa nel ruolo di madre e sulla relazione che si verrà a creare tra loro. I primi mesi di gestazione sono per la donna un periodo di incertezza e incredulità. I cambiamenti fisici non sono ancora visibili, ma i mutamenti fisiologici e ormonali possono causare stanchezza, nausea e cambiamenti umorali. Inoltre sin da subito la donna si trova a dover attuare dei cambiamenti nelle abitudini alimentari, lavorativi e anche nei ritmi di vita. E’ proprio attraverso questi cambiamenti di comportamenti in funzione di qualcuno che c’è, ma ancora non c’è, che la donna gradualmente si adatta ai nuovi ritmi e alle necessità della nuova vita che sta per arrivare. Un ulteriore aspetto fondamentale dal punto di vista psicologico è che in questa fase la donna affronta un primo importante compito adattativo, ossia l’accettazione dell’embrione prima e feto poi, come parte integrante del sé.
La mancata accettazione del bambino che cresce nel ventre materno può porre le basi per problematiche di diversa entità. Infine possono riemergere conflitti interni e la percezione di sentimenti di ambivalenza sia nei confronti del figlio che di se stesse come madri.
Comuni ma difficili da ammettere, perché socialmente stigmatizzati, sono la paura di perdere la propria libertà e momenti di “ripensamento”. Nell’ultima parte della gravidanza la voglia di conoscere il bimbo che si porta in grembo si alterna e, in un certo senso si scontra, con la paura del travaglio e del parto e con la fatica fisica data da un corpo che diviene sempre più “ingombrante”. Il timore di provare dolore e di non riuscire ad affrontarlo porta in sé anche il dolore emotivo per la perdita del bambino interno e, quindi, dell’unione simbiotica prenatale. Un altro elemento estremamente importante è che in tutto il corso della gravidanza le fantasie fatte dai futuri genitori sul bambino si condensano in un “bambino immaginario” che, con la nascita, si incontreranno con il “bambino reale”, molto spesso diverso da quello che avevano immaginato e sognato. Tanto più grande sarà il divario tra quanto ci si era prospettati e la realtà, tanto più esteso sarà il tempo di elaborazione psicologica necessario ai due genitori per ovviare alle tensioni che ciò ha scaturito. Ancora oggi nell’immaginario collettivo la maternità è un evento connotato sempre e solo in senso positivo e la futura mamma si trova spesso in difficoltà, ed anche un po’ in imbarazzo, a rivelare alle persone che la circondano le difficoltà, le preoccupazioni, i timori e le ansie. Le mille sfaccettature della gravidanza ci portano a riflettere sul fatto che questa fase non è sempre la stagione luminosa che tutti vorremmo, ma a volte i momenti bui possono prendere il sopravvento. Affinché questo possa davvero essere un periodo positivo risulta fondamentale porre le condizioni per una gestazione consapevole e condivisa nella coppia. L’attesa consapevole, infatti, fa crescere il grembo psichico in concomitanza a quello biologico, ossia fa crescere la capacità di essere mamma. Tra i fattori di rischio più frequenti ci sono: una storia psicopatologica pregressa, familiarità psichiatrica, giovane età, conflittualità di coppia, recenti eventi di vita stressanti, problemi economici e mancanza di sostegno sociale. L’individuazione precoce dei disturbi del post-partum è essenziale per il benessere della neomamma, del suo bambino, dell’intero nucleo familiare e delle altre persone che stanno loro vicino. Il sostegno psicologico, l’ascolto ed il rispetto dei propri vissuti e sensazioni risulta essenziale per la futura o neomamma. Le incertezze, le preoccupazioni per il modificarsi delle relazioni, se lasciati “covare” dentro di sé possono turbare la “dolce attesa” rendendola così non tanto dolce.
Quello che in questi casi è importante fare è non isolarsi ma parlare con una persona esperta e capace, magari rendendo anche partecipe il partner.

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